Gli ineffabili insegnamenti del Presepio

Faremo oggi una visita al presepio. Ci invita la festa del Santo Natale, che abbiamo testé celebrata e che prolunga il suo influsso liturgico in questo successivo periodo. Ci invita la profondità del mistero dell’Incarnazione, il quale nel Natale esprime il proprio avvenimento storico, s’inserisce cio’è nel tempo, si localizza in un dato punto della terra, a Betleem, si pone al vertice delle profezie messianiche e alla radice della tradizione cristiana diffusa nel mondo e giunta fino a noi. Ci invita la ricchezza teologica, liturgica, spirituale, folcloristica, che fa del Natale una delle date più solenni e più belle dell’anno. Ci invita la stessa difficoltà di classificare la complessità della materia religiosa, che si riferisce al Natale, e che, dopo d’averci incantati per il modo con cui esso si presenta nella scena evangelica, tutto povertà, tutto semplicità, tutto poesia, tutto terra e cielo, tutto notte e luce, solleva questioni essenziali tanto gravi e difficili, sia per la sua comprensione dottrinale, sia per il suo riflesso esemplare su quanti hanno la timida audacia d’avvicinarlo, da offrire loro pretesto per ogni distrazione: ce ne accorgiamo dalle manifestazioni esteriori profane che caratterizzano variamente questa festa nel costume popolare e perfino mondano.

 

TRE FASI

La Nostra visita, breve e semplice come si addice a questo momento, non pretende di dare saggio d’erudizione, né tanto meno di insegnare cose nuove e originali. Essa semplifica assai sommariamente il quadro che il Natale ci presenta in tre aspetti principali, i quali possono in qualche modo essere classificati in tre periodi della storia ecclesiastica. Press’a poco così: abbiamo un primo periodo, durante i primi tre secoli del cristianesimo, nel quale il Natale non ha una sua celebrazione liturgica vera e propria, non ha dappertutto la medesima data, e non ha per unico scopo quello di esaltare la nascita di Cristo, ma anche quello di sostituire la festa pagana del Sole, del «Sole invitto», onorato a Roma da un tempio splendido inaugurato dall’Imperatore Aureliano (a. 274), con quella di Cristo, il sole dell’umanità. Ma subito l’idea dottrinale, che illustra la nascita di Cristo è, in questo periodo, principalmente rivolta alla considerazione della sua divinità; è l’apparizione del Figlio di Dio nella carne umana, che attrae l’attenzione e la devozione; la Chiesa contempla il mistero dell’unione ipostatica, cioè della duplice natura di Cristo, divina ed umana, viventi l’una e l’altra nell’unica Persona del Verbo. Così specialmente S. Giovanni Crisostomo, S. Agostino, S. Leone Magno. La teofania definisce il Natale: Cristo nell’umiltà è il Dio con noi (Cfr. S. AG., Sermones in Natale Domini, PL 38, 995, ss.; «humilis Deus», De cath. rud. IV, PL 40, 366). Non mancano certo in questa magnifica letteratura sul Natale anche accenti di tenerezza circa il bambino Gesù; così, ad esempio, S. Ambrogio commentando il Vangelo di S. Luca: Me illius infantiae vagientis abluunt fletus, mea lacrymae illae delicta laverunt; le lacrime di quel bambino piangente lavano le mie colpe (PL 15, 1649). Ma la divinità di Cristo prevale nell’interesse celebrativo di questo primo periodo: il Concilio di Nicea (325), che afferma contro gli Ariani la divinità di Cristo, e poi quello successivo di Costantinopoli (381), quello di Efeso (43 l), e quello di Calcedonia (451) offrono il quadro teologico sulla Divinità: Dio, Uno e Trino; sulla Maternità umano-divina della Madonna; e sulla Cristologia nella sua formula essenziale e completa in misura principale la liturgia natalizia.

 

LA PIETÀ MEDIOEVALE

La pietà medioevale, senza nulla togliere al contenuto dottrinale ora ricordato, è caratterizzata dall’attrattiva verso la umanità di Cristo, di Cristo bambino, la teologia illumina l’antropologia del Salvatore, e l’affettività diventa l’espressione appropriata al Natale. La scena del presepio attira l’interesse dei fedeli. Già S. Girolamo, nell’elogio funebre dedicato alla vedova Paola, una dama romana trasferitasi in Palestina, e rivolto alla figlia di lei, Eustochio, descrive la pietà della pellegrina che visita Betleem, ed entra nella grotta della natività, in specum Salvatoris e vede, oculis fidei, con gli occhi di una fede immaginativa, infantem pannis involutum, vagientem in praesepi, il bambino Gesù, involto nelle fasce, che vagisce nel presepio (Ep. 108, 10; PL 22, 884, anno 404). Il paradigma del presepio, già delineato dall’Evangelista Luca (2, 6-19), si impone; il presepio è eretto, non tanto come elemento figurativo liturgico, ma come scena rappresentativa popolare, che non finirà più di avvincere la fede, la pietà, l’arte, il sentimento del popolo cristiano, con una simpatia incantevole e una gioia speciale per i bambini, i poveri, gli umili, le famiglie, ed i Santi. San Francesco anche qui è tipico: chi non ricorda che il primo presepio fu da lui composto, a Greccio, nella notte di Natale del 1223 (l’anno prima della Verna), in una grotta, con il bue e l’asinello, animali vivi, e un po’ di fieno, ma senza le figure dei Personaggi del Vangelo: sopra la grotta si celebrò la S. Messa (Cfr. TOMMASO DA CELANO, 1, 84-87, Quaracchi). Veramente la devozione al presepio ha precedenti storici importanti, primo fra questi il presepio riprodotto, forse da Papa Sisto III, il costruttore di S. Maria Maggiore, detta S. Maria ad praesepe, e onorato da altri Papi successivi (Cfr. Liber Pontificalis, 385, 418): era collocato in un oratorio, e Papa Sisto V lo fece trasferire dal Fontana nella Cappella del Sacramento, dove ora si trova. Esiste una tradizione di scrittori e di Santi, innamorati dell’infanzia di Gesù, celebre fra questi S. Bernardo (Cfr. Sermones, PL 183, 87-152). Questo culto cordiale a Cristo, piccolo bambino, è prevalente nella pietà dei nostri giorni; e sta bene. Esso è pieno di umana simpatia, di familiare pietà e di elementare poesia; è vero, è facile, è consolante; rende onore alla umanità di Cristo.

Pensiamo al Bambino Gesù di Praga; e qui a Roma al Bambino di Aracoeli.

Con la devozione all’infanzia di Cristo si profila un terzo periodo, o piuttosto una nuova spiritualità derivata dal fatto e dal mistero del presepio. Un grande maestro di spiritualità, del secolo decimosesto e settimo, il Card. Pietro de Bérulle (1575-1629), fedele al suo principio di associare il dogma alla pietà, darà grande rilievo alla devozione al Verbo Incarnato, e educherà la scuola spirituale, che da lui deriva, a contemplare, ancora prima che le azioni, gli «stati» assunti, nella sua vita temporale ed eterna, da Nostro Signore; e fra questi stati primo è l’infanzia, che deve riflettere nel culto interiore dell’anima cristiana la contemplazione e quasi un’assimilazione d’un tale stato della vita di Gesù. Ben inteso che «tutti i suoi giorni e tutti i suoi momenti sono adorabili»; ma ormai la devozione all’Infanzia di Gesù ha avuto nel de Bérulle un autorevole promotore, seguito poi da altri insigni discepoli (Cfr. H. BREMOND, Histoire litt. du sent. vel., vol. III).

 

UNA NUOVA SPIRITUALITÀ

Saltiamo tutto il resto e non è poco; e veniamo a colei che ha insegnato ai nostri giorni «lo spirito d’infanzia», S. Teresa del Bambin Gesù. Una parola sola. L’infanzia spirituale è una delle correnti vivaci nella religiosità del nostro tempo; essa non ha nulla di puerile e di affettato. Si esprime in linguaggio semplice ed innocente; derivato senz’altro dalla paradossale, ma sempre divina parola di Gesu: «Se non vi farete piccoli come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matth. 18, 3). E Gesù ha altre parole che fanno l’apologia dell’infanzia (Cfr. Matth. 11, 25; 18, 4; 19, 14; 25, 40). La base evangelica di questa spiritualità non potrebbe essere più autorevole. Essa si svolge secondo una umiltà non solo morale, ma teologica e metafisica, se così si può dire; l’umiltà della Madonna (Cfr. Luc. 1, 38; 48); l’umiltà sapiente, che ha il senso della trascendenza di Dio e della dipendenza assoluta della creatura rispetto al Creatore; umiltà tanto più doverosa quanto più la creatura è qualche cosa, perché tutto dipende da Dio, e perché il confronto fra ogni nostra misura e l’Infinito, obbliga a curvare la fronte. E all’umiltà questa scuola spirituale unisce la confidenza; perché troppi segni Iddio ci ha dati della sua bontà e del suo amore. Se Egli vuol essere chiamato Padre il nostro spirito deve riempirsi del senso della figliolanza (Cfr. 1 Io. 3, 1), e d’una figliolanza, d’un’infanzia piena di fiducia e di abbandono. Questa è l’Infanzia spirituale, che, alla scuola della tradizione della Chiesa, S. Teresa del Bambino Gesù riassume così: «È il cammino della confidenza e del totale abbandono».

Parole da ricordare. come frutto del santo Natale.

«BEATI I MITI PERCHÉ POSSEDERANNO LA TERRA»

 

Abbiamo contemplato il mistero del Natale, che è un mistero di bontà e di umanità. Tanto di più avvertiamo e deploriamo che la scena del mondo, proprio in questi giorni, ci ripresenti il triste spettacolo di irriducibili conflitti, di rappresaglie vendicative, di bombardamenti, di violenze, quasi che simili procedimenti potessero servire a preparare la pace. Davanti a tanto nuovo strazio di umanità ed a tali insorgenti minacce di depravazione del senso circa i beni supremi nel mondo e di imponderabili sofferenze d’innocenti popolazioni, noi dobbiamo innalzare a Dio nuove preghiere per la concordia e per la ricerca di vie pacifiche di riconciliazione, ricordando sempre le parole del codice di Cristo: «beati i miti, perché possederanno la terra» (Matth. 5, 4).

 

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

 

Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini)

Udienza Generale - Mercoledì, 29 dicembre 1971

 

Roberto Polimeni

Studioso delle tradizioni del Presepio e della festa del Natale è collezionista e artista del Presepe

 

E-mail:  info@artedelpresepio.com