NATALE DEL SIGNORE - Commenti alla Liturgia Anni A-B-C

(A) << Colui che non ha niente da portare... >>

L’estate scorsa al Monastero dei Monts Voirons, avevo adocchiato un Presepio caratteristico, con diversi personaggi in grès, ciascuno dei quali esprimeva un atteggiamento inconfondibile.

L’artista - una giovane delle Soeurs de Bethléem - era riuscita a mettere insieme un mondo assai vario, in cui niente era scontato, senza alcuna concessione al folklore o al patetico.

Il centro della scena occupato, ovviamente, dalla Madonna, adagiata su un fianco, col Bambino quasi saldato al suo corpo, sistemato in una specie di ansa compresa tra l’ampia curva formata, in alto, dal braccio sinistro e, in basso, dal ginocchio piegato in maniera accentuata. Accanto, un san Giuseppe giovane e sorridente.

Quindi la serie degli angeli, degli animali, dei pastori e di altri personaggi più o meno noti. Ciascuno, come ho detto, con una fisionomia e una funzione ben precisa.

Soltanto una scultrice dotata di una squisita sensibilità artistica, addestrata alla preghiera contemplativa, esperta nella lode e nell’adorazione, poteva mettere insieme quel piccolo capolavoro di armonia e di profondità religiosa.

Mi sono fatto incartare i vari pezzi e non ho aspettato il Natale per esibire, nel mio studio, quel Presepio singolare.

L’altro giorno mi è stato recapitato un pacchetto proveniente dalla Francia. Dentro, ammiccante, un minuscolo personaggio, intatto (le Poste, talvolta, riescono in questi miracoli), scortato da un biglietto delle monache di Monts Voirons: « Padre, nel vostro Presepio mancava il “Ravi”. Abbiamo provveduto perciò a spedirvelo. Speriamo vi giunga intatto... »

E così, all’ingresso della grotta, ho sistemato, in prima fila, l’ultimo arrivato.

 

« Le Ravi », ossia l’estasiato, il rapito, l’incantato. Quello che non ha niente da portare, ma reca la cosa più importante: lo stupore. E la sua bocca, le sue mani, esprimono proprio questo senso di meraviglia ingenua di fronte all’evento più straordinario.

Si tratta di un personaggio uscito dalla tradizione popolare provenzale. Un poveraccio, apparentemente sempliciotto, continuamente distratto, perché da per tutto trova motivo per distrarsi, ammirare, estasiarsi, anche di fronte alle realtà più insignificanti. Riesce a vedere il lato buono di ogni cosa, di ogni persona. E scandisce il proprio itinerario con una serie incredibile di « oh ».

Quando arriva, un pò affannato, a visitare il Bambino appena nato, con le mani vuote, subisce rimbrotti da parte di tutti. La sua presenza dà fastidio.

 

Ma cito il racconto popolare:

« E l’Incantato alzava le braccia in alto dicendo:

- Mio Dio, com’è bello un uomo che era infelice e diventa fe­lice. Mio Dio, com’è bello un uomo che era fannullone e che è preso dalla voglia di lavorare...

- Tu, Ravi, cominci a seccarmi.

- Se ti infastidisco, ti domando perdono.

- Oh, tu parli di lavoro e non hai mai fatto niente nella vita.

- Io ho guardato gli altri e li ho incoraggiati. Ho detto loro che erano belli e che facevano delle belle cose.

- Ma non è che ti sia stancato molto... E non hai nemmeno portato un regalo!

Ma la Santa Vergine gli disse:

-      Non ascoltarli, Incantato. Tu sei stato posto sulla terra per meravigliarti. Hai compiuto la tua missione, Rapito, e avrai una ri­compensa. Il mondo sarà meraviglioso sinché ci saranno persone come te capaci di meravigliarsi... ».

 

Ho collocato « le Ravi » al posto che gli spetta nel mio Prese­pio. L’ho messo accanto a uno che gli rassomiglia, « le Berger au chapeau », anche lui povero diavolo, che non ha portato nulla per­ché non possiede nulla e tiene in mano il cappello e non ha altro da offrire se non la propria presenza e la propria stupefatta adorazione.

Senza questi tipi « distratti », il Presepio non funzionerebbe, perché mancherebbe di un elemento essenziale.

Tutti con le mani colme di doni. E loro due adoperano le mani per esprimere lo stupore.

Mi pare possano ricordare qualcosa anche a noi.

 

Il nostro Natale, forse, è sovraccarico di cose.

Sarà bene lasciar rotolare a terra qualche pacco eccessivamente ingombrante. Ritornare con le mani libere. Staccarci di dosso le croste dell’abitudine, del sentimentalismo, della frenesia festaiola, dei « già visto ».

Siamo ormai « disincantati » rispetto al miracolo. E dobbiamo ritrovare l’incanto.

Un « oh » di meraviglia può costituire l’atteggiamento giusto di fronte al mistero che siamo chiamati a rivivere.

Sarà bene farci accompagnare dai « Ravi » e dal suo amico col cappello in mano, in questa riscoperta con occhi nuovi di un avve­nimento che ha per Protagonista un Bimbo in cui la gloria divina risplende attraverso la povertà e la piccolezza.

Il Natale si svela soltanto dinanzi all’ingenuità dei piccoli (e stiamo attenti a non trasformare i bambini in adulti appesantiti dalle cose).

La capacità di stupirci, di recuperare la semplicità dello sguardo di fronte a un Dio che, con la sua venuta, dimostra di non essere ancora stanco degli uomini, penso ci aiuterà anche a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi, ammirati, occhi di figli di Dio.

 

Copyright immagine: Dario Moranduzzo spa / Martino Landi, scultore e studioso di arte sacra.

 

(B) << Porte aperte e Porte sprangate >>

« Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo »... (Luca 2,1-14)

 

Preferisco i presepi tradizionali.

Perché colgono il mistero del Natale in uno dei suoi aspetti più significativi: il movimento.

La linea di demarcazione che divide gli uomini passa attraverso la loro capacità di muoversi in direzione dell’«avvenimento».

Le casette stesse, disseminate sul crinale della collina, denunciano questa caratteristica. Alcune hanno le finestre illuminate. Le altre rimangono fasciate dal buio.

Anche il castello di Erode ha le luci accese. Ma quelle sono luci diverse: minacciose.

Due categorie di uomini: quelli che rispondono alla provocazione dell’evento inaudito e vanno a vedere, rendersi conto, contemplare. E quelli che non abbandonano il proprio posto.

E una terza categoria: i tipi come Erode che si agitano, sono inquieti, si danno da fare perché avvertono quella Presenza come una minaccia. Il Bambino può essere un pericoloso concorrente. Bisogna correre urgentemente ai ripari, difendere il trono che vacilla, impedire al nuovo arrivato di nuocere, evitare che porti lo sconquasso tra le abitudini codificate, sconvolga le gerarchie di valori che fanno tanto comodo.

Un Dio che si muove, scende, si abbassa, viene a cercare l’uomo, è naturale obblighi a prendere posizione: la ricerca appassionata o l’indifferenza, il desiderio o la paura, l’ansia di trovare o il timore di dover fare certi conti, la povertà o la sospettosa autosufficienza.

I pastori abbandonano i loro bivacchi, avvertiti dall’alto, e vanno senza indugio a vedere « questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere » (Lc 2,15).

E si muovono, da molto lontano, anche i Magi, per venire ad adorare « il re dei giudei ».

Molti si lasciano disinstallare dalla notizia.

E troppi non abbandonano le loro case, le loro sicurezze, le abitudini, il gruzzolo, il comfort.

Questo Dio non rientra nei loro programmi. Betlemme non è compreso nei loro itinerari. Il Bambino appena nato non giustifica il viaggio.

 

Lei, la vergine-madre, lo ha dato alla luce. Ha permesso che la luce splendesse tra le tenebre.

« In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1,4).

C’era bisogno soprattutto di luce.

Il peccato, oltre che disgregazione, è confusione, buio fitto, dentro e fuori dell’uomo.

Ecco: « La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta » (Gv 1,5).

Nell’ordine naturale, la luce vince automaticamente le tenebre.

Dove brilla la luce scompare necessariamente il buio.

Qui, però, le cose vanno diversamente.

C’è una potenza delle tenebre, una volontà di oscurità, che si oppone, resiste vittoriosamente, esclude la luce.

Questa è una luce « contrastata » pervicacemente, che va accolta rifiutando le tenebre.

Nell’uomo, perché entri la luce, deve prevalere un’esigenza, una voglia di luce.

Purtroppo per molti non è così.

La spiegazione del fenomeno ce l’abbiamo nel colloquio con Nicodemo: « ... Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano cattive.  Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi fa la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio » (Gv 3,19-21).

Dunque... Chi fa il male non vuole la luce, preferisce le tenebre, ha bisogno delle tenebre. Ciò che produce è roba sua, e non è il caso che certa mercanzia sospetta venga messa in evidenza.

Chi invece fa la verità, desidera la luce, non perché appaiano le sue opere, ma perché si veda chiaramente che « le sue opere sono state fatte in Dio ».

Se fosse una luce decorativa, non c’è dubbio che tutti la accetterebbero.

Ma quella che comincia a brillare in una stalla, nei dintorni di Betlemme, è una luce inquietante, fastidiosa, che pretende frugare in tutti i ripostigli della nostra casa, in tutti gli angoli del nostro cuore.

Dio, quando scende sulla terra, vuol cominciare con la chiarezza.

Si tratta di precisare ciò che va e ciò che non va, ciò che risulta degno dell’uomo e ciò che non lo è.

Ma noi amiamo, se non proprio il buio fitto, la penombra, il chiaroscuro, le mezze luci. Una fiammella che ci rassicuri, ma nello stesso tempo non metta troppo in evidenza lo sporco che ospitiamo. Insomma, una luce che non disturbi eccessivamente, più che altro ornamentale, che non ci obblighi ad aprire gli occhi su una realtà umiliante.

 

Il Natale diventa così una storia di porte che rimangono ostinatamente chiuse.

« ... Non c’era posto per loro nell’albergo ».

Quando il Figlio di Dio decide di venire nel mondo, in casa propria, non si presenta nell’atteggiamento del Padrone, ma del mendicante.

Non sfonda le porte. Aspetta. Perché la porta va aperta dall’interno. L’Amore non può essere costrizione. L’Amore deve accettare il rischio di venire rifiutato, respinto.

 

Col Natale si inaugura il tempo della pazienza di Dio, delle attese interminabili del Mendicante divino alle porte degli uomini.

Dopo la prima porta spalancata, quella della Madre (« Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto »), ecco una serie di porte sprangate, che lasciano passare da una fessura soltanto un no infastidito, e gli uomini dentro, decisi a non cedere un centimetro del loro spazio soffocante, a tenersi con le unghie i loro ingombri.

Hanno frainteso. Hanno paura di quel bambino mendicante. Paura che gli prenda qualcosa. Non capiscono che è venuto per dare.

Più tardi dirà: « Picchiate e vi sarà aperto ». Ma, per sua madre, che lo recava in grembo, il picchiare è risultato inutile. Egli stesso, successivamente, si scorticherà le nocche delle dita a forza di bussare...

E se ne va, coi passi lenti della madre affaticata, e di Giuseppe, avvilito.

E se ne va a nascere fuori. Per non dare fastidio a nessuno. Per essere ancora più libero di dare.

La greppia può bastare per contenere la presenza di un neonato. Una presenza che fin dalla nascita, evoca l’immagine del cibo offerto. Del pane spezzato per tutti.

Viene dunque mandato a nascere fuori dalla città. Così come verrà mandato a morire fuori dalla città.

Si direbbe che per un Dio che si fa uomo, gli uomini non trovino neppure un minuscolo posto da offrirgli nel mondo. E dire che l’ha fatto piuttosto grande, il mondo.

« Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto » (Gv 1,10-11).

Dio, questo abusivo.

Dio, questo estraneo.

Dio, questa presenza indesiderata.

Se venisse ora è probabile che qualcuno si rivolgerebbe alle autorità perché gli diano il foglio di via obbligatorio.

« A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio » (Gv 1,12).

Il nostro Natale, in fondo, al di là di tutti i fronzoli e la retorica, si gioca proprio sulla possibilità che l’accoglienza del dono inaudito prevalga sull’ostinazione del rifiuto.

Soltanto se la nostra povertà si apre alla inaudita occasione che ci viene offerta, il nostro sarà un « buon Natale ».


(C) << Fare posto >>

« ... Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo... » (Luca 2,1-14)

 

Per ripulire il Natale dalle incrostazioni sentimentali, devozionali e folkloristiche con cui abbiamo premurosamente coperto la sua inquietante nudità e semplicità, occorre affidarci al racconto di Luca, estremamente conciso, privo di qualsiasi sbavatura retorica.

 

« In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra... »

 

Ancora una volta l’evangelista colloca l’intervento salvifico di Dio all’interno della « grande storia » degli uomini, per sventare il tentativo di confinarlo nel mondo delle leggende. Ma anche per avvertirci che comincia un’altra storia, che non segue gli schemi e i passaggi obbligati della prima.

L’imperatore romano vuol contare, controllare, disporre. Ma arriva Uno che sfugge ai suoi calcoli. Uno che viene a rovesciare l’ordine esistente nel mondo, a sconvolgere ogni cosa.

Se si ricorda il potere imperiale, è per collocare la nascita di Gesù in aperta antitesi rispetto ad esso.

Il salvatore non è Cesare, ma un bambino deposto in una mangiatoia.

La pace non è la pax augusta, ottenuta con le conquiste, imposta con le armi e la « sparizione » dei nemici. E’ una pace donata, offerta da Dio a tutti gli uomini che sono oggetto del suo amore (« pace in terra agli uomini che Egli ama », e non, come spesso si traduce, « agli uomini di buona volontà ». Si accentua così l’iniziativa gratuita di Dio, non le disposizioni morali degli uomini. La sfida viene dall’amore di Dio, senza restrizioni, che infrange tutte le barriere. Semmai la « buona volontà » arriva dopo, come conseguenza dell’azione divina).

Tutto questo, però, si svolge in un contesto di oscurità, di povertà, di non-pubblicità.

 

« C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge ».

 

I pastori sono gli emarginati del tempo. Assorbiti totalmente dal loro lavoro, non hanno la possibilità di approfondire lo studio delle Scritture ‑ come ogni Israelita che si rispetti ‑ per cui ven­gono considerati gli ultimi e relegati al fondo della gerarchia reli­giosa. Analfabeti del Libro, risultano esclusi dai segreti di Yahweh.

Ma Dio la pensa diversamente. Non tiene conto delle nostre gerarchie. Non rispetta le precedenze fissate da noi.

Dovendo comunicare la notizia dell’arrivo del proprio Figlio sulla terra, concede la primizia ai pastori.

Dovendo diramare gli inviti ufficiali per quella visita decisiva, riserva i primissimi posti ai pastori, ossia agli ultimi.

L’indicazione per ritrovare e riconoscere il Bambino viene offerta dall’alto a questi « non aventi diritto ».

E dev’essere cosi anche per noi. Soltanto attraverso una luce‑rivelazione che non è della terra abbiamo la possibilità di scoprire l’identità del bimbo nato a Betlemme.

Lui sta là dove non sospettiamo. Lo dobbiamo cercare sempre « altrove ». Altrove rispetto alle nostre feste, le nostre luci, le vetrine che scoppiano di mercanzia varia. Altrove rispetto i nostri canti dolciastri, i « regali » d’obbligo.

 

« Non c’era posto nell’albergo... »

 

In tutta la colossale operazione mercantile che abbiamo alle­stito in nome del Natale, ancora una volta non c’è posto per Lui.

C’è qualcosa di peggio che rifiutarlo. Ed è utilizzarlo come pre­testo per le nostre operazioni commerciali.

C’è qualcosa di peggio che non riconoscerlo. Ed è sequestrarlo per concederci il lusso dei buoni sentimenti una volta all’anno.

Nelle nostre strade, botteghe, e perfino case « addobbate » da Natale, ci può essere di tutto. E tutto può richiamarsi a Lui. Ma a furia di mettere cose, riempire, fare colossali preparativi, sistemare la stanza per l’Ospite, abbiamo dimenticato di... lasciargli un posto!

Così Lui viene ed è costretto a cercare posto altrove. In quella confusione non si ritrova. E nemmeno noi lo ritroviamo.

Potrebbe domandarci: « E io cosa c’entro con tutta questa roba? »

Il nostro può essere un Natale che non Lo riguarda.

 

« Trovarono... il bambino che giaceva nella mangiatoia ».

 

Sarà opportuno spegnere qualche luce. Far tacere i soliti schia­mazzi pseudo‑festosi. Mettere in soffitta le zampogne. Ritrovare un pò di calma.

 

« Per molto tempo ho taciuto... » (Is 34, 2).

 

Adesso che la Parola ha deciso di rompere il silenzio e ha probabilmente parecchie cose da dirci sarà bene far cessare, almeno una volta, i nostri discorsi.

 

Si può, intanto, cominciare con un pò di silenzio.

 

E affidarci allo stupore.

 

« Ciò che appare, allorché Dio si manifesta in persona, è un uomo. Anzi, addirittura un bambino » (Congar).

 

Non è facile fare i conti con un bambino.

 

Ma dobbiamo almeno provarci.

 

Sarà un Natale più impegnativo, più « costoso » (ma che, tra l’altro, permette di ridurre le spese).

 

Abbiamo tutto da guadagnare da un Natale che « Lo riguardi », che « ci riguardi ».

 

Non è questione di « riempire ». Si tratta, piuttosto, di « fare nostro ».

 

Questa è l’unica « operazione Natale » veramente vantaggiosa.

 

 

 

Alessandro Pronzato

È nato a Rivalba (Alessandria), sulla sponda destra del Po, nel 1932.

Ha compiuto gli studi liceali e teologici presso il seminario di Casale Monferrato ed è stato ordinato sacerdote nel 1956. Si è dedicato all’insegnamento nelle scuole di Stato e al giornalismo.

 

 


 

Roberto Polimeni

Studioso delle tradizioni del Presepio e della festa del Natale è collezionista e artista del Presepe

 

E-mail:  info@artedelpresepio.com